I falsi miti sul trauma infantile

23.04.2026

Dott.ssa Germana Verganti 
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Articoli di Psicoterapia
 

Falsi miti sul trauma infantile 
I falsi miti sul trauma infantile: cosa dice davvero la psicoterapia


Il trauma infantile è un tema sempre più presente nel dibattito psicologico e sociale. Tuttavia, accanto a una crescente attenzione, persistono numerose convinzioni errate che rischiano di compromettere la comprensione del fenomeno e di ritardare interventi adeguati.
In ambito psicoterapeutico, chiarire questi fraintendimenti è fondamentale: non si tratta solo di precisione teorica, ma di tutela dello sviluppo emotivo e relazionale del bambino.
1. I bambini dimenticano facilmente: un mito da superare
Una delle idee più diffuse è che i bambini siano naturalmente predisposti a dimenticare le esperienze negative. In realtà, questa convinzione è solo parzialmente fondata.
Se è vero che la memoria esplicita nei primi anni di vita è limitata, il trauma non si colloca esclusivamente a questo livello. Le esperienze traumatiche possono essere registrate sotto forma di memorie implicite, corporee ed emotive.
Questo significa che, anche in assenza di un ricordo consapevole, il bambino può continuare a manifestare:
reazioni di allarme
difficoltà nella regolazione emotiva
comportamenti difensivi
Il trauma, dunque, non viene necessariamente “dimenticato”: spesso viene vissuto attraverso il corpo e le emozioni.
2. Solo eventi gravi causano trauma: una visione riduttiva
Nell’immaginario comune, il trauma è associato a eventi estremi come abusi o catastrofi. Sebbene queste esperienze siano indubbiamente traumatiche, non rappresentano l’unica forma di trauma possibile.
La clinica distingue infatti tra:
trauma acuto (evento singolo e intenso)
trauma complesso (esperienze ripetute nel tempo)
Trascuratezza emotiva, instabilità familiare o mancanza di sintonizzazione affettiva possono avere effetti altrettanto profondi. Ciò che determina l’impatto traumatico non è solo l’evento in sé, ma:
la vulnerabilità del bambino
il significato attribuito all’esperienza
la presenza di figure di supporto
3. Se il bambino non ne parla, sta bene: il linguaggio del sintomo
Molti adulti interpretano il silenzio del bambino come un segnale di adattamento. In realtà, questa lettura può essere fuorviante.
I bambini spesso non possiedono ancora le competenze per esprimere verbalmente il proprio vissuto emotivo. Il trauma tende quindi a emergere attraverso altri canali, come:
cambiamenti comportamentali
difficoltà relazionali
regressioni evolutive
sintomi fisici (mal di pancia, disturbi del sonno)
In questo senso, il comportamento diventa un vero e proprio linguaggio.
4. Il tempo guarisce tutto: una credenza da ridimensionare
L’idea che il tempo sia sufficiente a risolvere il trauma è rassicurante, ma clinicamente imprecisa.
Il tempo, da solo, non garantisce l’elaborazione dell’esperienza. Senza un adeguato supporto, il trauma può strutturarsi in:
modelli relazionali disfunzionali
difficoltà nella regolazione emotiva
rappresentazioni negative di sé
Il cambiamento avviene quando il bambino può sperimentare relazioni sicure e, nei casi necessari, accedere a un intervento terapeutico mirato.
5. Meglio non parlarne: il rischio dell’evitamento
Un ultimo mito riguarda l’idea che affrontare il trauma possa peggiorare la sofferenza. In realtà, l’evitamento è uno dei principali fattori che mantengono il disagio.
In un contesto protetto, parlare del trauma permette di:
dare significato all’esperienza
ridurre l’intensità emotiva
integrare il vissuto nella propria storia
Il lavoro terapeutico non consiste nel “rivivere” il trauma, ma nel renderlo narrabile e pensabile.
Conclusione
Il trauma infantile è spesso invisibile, ma i suoi effetti possono essere profondi e duraturi. Superare i falsi miti significa:
riconoscere i segnali precoci
evitare interpretazioni riduttive
favorire interventi tempestivi
Una maggiore consapevolezza, sia a livello individuale sia collettivo, rappresenta un passaggio essenziale per sostenere lo sviluppo emotivo dei bambini e prevenire conseguenze a lungo termine.
Germana Verganti  



Riferimenti bibliografici

Gabor Maté (2022). Il mito della normalità. Trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica. Feltrinelli.

Stephen W. Porges (2021, ed. italiana). La teoria polivagale. Giovanni Fioriti Editore.

van der Kolk, B. A. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, cervello e corpo nella cura del trauma. Raffaello Cortina Editore.

Herman, J. L. (2005). Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo. Magi Edizioni.

Daniel J. Siegel (2014). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Raffaello Cortina Editore.

Allan N. Schore (2008). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Astrolabio.

Bruce D. Perry & Szalavitz, M. (2007). Il bambino che fu allevato come un cane e altre storie di psicoterapia infantile. Fioriti Editore.

Courtois, C. A., & Ford, J. D. (a cura di) (2015). Il trattamento del trauma complesso. Un approccio sequenziale. Raffaello Cortina Editore.

John Bowlby (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore. 
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